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lunedì 28 luglio 2008

M'associo!

Ieri ho fatto una riflessione. Piuttosto: un'embrione di riflessione, un accenno che spero mi aiuterete a sviluppare e che comunque vi consegno così com'è: l'associazionismo resiste.
Per spiegarmi meglio bisogna che vi racconti due-tre episodi recenti della mia vita bolognese.

Qualche tempo fa l'ARCI di Bologna ha organizzato un presidio sotto il Tribunale, per protestare contro la norma cosiddetta blocca-processi e tutte le piacevolezze connesse al salvataggio giudiziario del nostro premier e alla definitiva messa in ginocchio del sistema giudiziario.

Ci ho scritto anche un post, perché ero davvero contenta che qualcosa/qualcuno si muovesse senza starla troppo a menare. E che fosse l'ARCI - non un partito - a farlo, ha permesso che almeno in parte venisse meno lo sconfortante balletto dei distinguo e dei veti incrociati: hanno aderito praticamente tutti i partiti della sinistra e del centro-sinistra bolognese (con la luminosa eccezione di Rifondazione), la CGIL, l'ANPI, associazioni, singoli.

Sabato scorso. Accendo il televisore e guardo il tg regionale: scorrono le immagini di una grande festa sull'aia, anziani, giovani, bambini raccolti intorno a lunghi tavoli di legno, di fronte a grandi piatti di pastasciutta e bicchieri di vino. L'aia fronteggia una bella e grande casona di campagna, dall'aria conosciuta. E infatti non è un'aia qualsiasi: è la casa che fu dei Fratelli Cervi, a Gattatico, diventata oggi il Museo Cervi.

E nemmeno la pastasciutta nei piatti è una qualunque: la sera del 25 luglio 1943 la famiglia Cervi decide di festeggiare degnamente la caduta del fascismo e invita tutto il paese in piazza a Campegine ad una grande festa a base di pastasciutta: offrono i Cervi!

La pastasciutta dell'altra sera è stato un modo per ricordare i Fratelli Cervi, quella grande festa popolare e la gioia per la caduta del fascismo, con tutte le speranze che quella caduta portava con sé. Accidenti, averlo saputo prima ci andavo di sicuro: mi è sembrato un modo bello e allegro (e molto emiliano) di ricordare quegli uomini coraggiosi, che dopo pochi mesi sarebbero morti ammazzati. E soprattutto per ricordarci che l'antifascismo non passa mai di moda, che è ogni giorno più necessario.

Questa bella festa popolare è stata organizzata dall'Istituto Alcide Cervi, che organizza il Festival Teatrale di Resistenza, insieme all'Associazione Teatro di Pianura: un associazione teatrale ed un istituto storico della resistenza, fondato e animato anche e soprattutto dall'ANPI.

E infine domenica: sono andata al cippo del Pilastro1 che ricorda l'omicidio dei tre giovani carabinieri uccisi dagli assassini della Uno Bianca, per assistere alla piccola cerimonia con cui venivano accolte le prime due staffette podistiche, delle dieci che arrivano a Bologna entro il 2 agosto, per essere insieme ai bolognesi - nativi e d'adozione - davanti alla Stazione, la mattina del 2 agosto, come tutti gli anni. A condividere il minuto di silenzio, con gli occhi lucidi, e il lungo applauso - di rabbia, di memoria.

Le staffette arrivano, sudate in questo pomeriggio afoso: sono persone di tutte le età, donne e uomini, un gruppo arriva da Savona, l'altro non so bene, credo dalla Romagna;

tutti le accogliamo con un sorriso e un caldo applauso, sotto gli alberi di questo parco di periferia ad applaudirli le autorità locali, cittadini come me, l'Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto e quella delle vittime della Uno Bianca.

Ad organizzare il tutto una storica associazione di podismo bolognese, che fa simpatia anche solo per il nome: Fiacca e Debolezza.

Ed ecco dove volevo arrivare: associazioni di familiari delle vittime di strage, associazioni sportive, associazioni di partigiani, associazioni di teatranti, associazioni per la cultura e il tempo libero... un intero universo.

In questo momento in cui ci sentiamo tutti reduci da uno tsunami politico, sociale e culturale, in cui i partiti sembrano occupati a fare altro (congressi, litigi, governi-ombra), in cui ci sembra che bisogna ricostruire tutto da zero, ripensare tutto, rimettere alla prova le idee, una per una, e le parole per definirle... Beh, una solida certezza mi sento di dire che ce l'abbiamo ed è l'associazionismo. Non c'è ambito del politico e del sociale, direi anche della vita stessa, in cui l'associazionismo oggi in Italia non continua a dire, fare e ascoltare.

Mentre tutti si rompono la testa per capire come la sinistra debba radicarsi nel territorio, l'associazionismo è già lì, nel territorio. E' il territorio. Radicato da una vita, per vocazione, per nascita.

Sarebbe banale dire: tutti nelle associazioni, ripartiamo da lì.

Banale e sbagliato: innanzitutto se fosse tutto lì, con l'infinito patrimonio di questo tipo che ha sempre avuto la sinistra non avremmo mai perso il polso del paese (come invece abbiamo fatto); poi la forza dell'associazionismo è proprio quella di essere tale: non un partito, non un movimento di opinione, ma un insieme di persone che insieme lavorano per un'idea o un progetto. Guai a snaturarlo, a volerlo considerare il braccio armato di un qualche tipo di organizzazione e/o partito che tira le fila (e il rischio è spesso dietro l'angolo: penso all'ARCI, per esempio, che ogni tanto a parer mio pecca di 'collateralismo').

E allora? Allora non so ancora bene, sono però convinta che valga la pena fare una bella riflessione su come e perché l'associazionismo continua ad essere così vitale, mentre tutto ciò che è di sinistra sembra in questo momento così fuori tempo, sconfitto, confuso, triste: il linguaggio, le idee, l'etica stessa di sinistra (e dico di sinistra per brevità, ma bisognerebbe aggiungere antiliberista, antirazzista, solidale, ambientalista etc etc). E soprattutto vale la pena valorizzarlo, difenderlo, prestargli la massima attenzione. E ricavare da tutto ciò quell'ottimismo di cui abbiamo tanto bisogno.

Ve l'avevo detto che era un embrione di riflessione...

____
1 per chi non lo conoscesse, il Pilastro è un quartiere di Bologna famoso per molti e diversi motivi: è stato uno degli interventi urbanistici che negli anni '60 hanno cercato una risposta avanzata al bisogno di case per i 'proletari' (stessa epoca delle Vele o dello Zen di Palermo...), è stata in quegli anni l''enclave' principale degli immigrati che arrivavano dal sud del paese, come ora è uno dei quartieri (se non il principale) dove vivono gli immmigrati che arrivano dai diversi sud del mondo, è stato il tragico teatro di una delle stragi più tristemente note degli assassini della Uno bianca, è stato recentemente teatro di una 'vivace' polemica sulla costruzione di una nuova moschea, polemica poco tragica ma molto grottesca grazie al creativo intervento dell'attuale ahinoi ministro Calderoli e del suo maiale... Insomma, uno di questi giorni scriverò un post sul Pilastro :-)

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mercoledì 23 luglio 2008

Nulla da aggiungere

Di seguito un articolo di Alessandro Robecchi, che dice così bene quello che va detto, che non c'è nulla da aggiungere.
Voi siete qui - Ballando sul corpo delle persone

Grande e glorioso è lo spettacolo del ritorno del sacro, l’attivismo frenetico dei laici devoti. Come si sa, una grande multinazionale che perde clienti si circonda di avvocati e consulenti, ed ecco qui la pattuglia dei devoti accorrere presso la chiesa cattolica con il suo zelante aiuto. Sarà la ressa per iscriversi ai neo-integralisti, sarà che la troppa devozione acceca, sta di fatto che si sfiora la commedia all’italiana. Esempio illuminante: mentre Daniela Santanché tentava di incatenarsi al Vigorelli di Milano e strepitava contro le donne musulmane con il velo (che devono toglierlo), un rubrichista della pattuglia del Foglio implorava il direttore di Famiglia Cristiana di allegare alla rivista un velo, per le donne cattoliche (che devono metterlo). Si dirà che non siamo proprio ai vertici del pensiero moderno, piuttosto in mezzo al guado tra il baciapile e il sadomaso. Salendo un pochino di livello, ecco finalmente sul Corriere una risposta all’inchiesta di Maltese (Feltrinelli) sui 4 miliardi e mezzo di euro che ci costa ogni anno il Vaticano. Nemmeno una riga per contestare le cifre; piuttosto un argomento strabiliante: forse gli italiani preferiscono “l’oculata gestione ecclesiastica allo sperpero pubblico”. E poi: “Non è più tempo di distinguere tra denaro delle tasse e denaro delle questue”. Liberismo assai devoto. Ad altri, quelli che volevano fare il ministro della sanità e hanno raccolto meno voti degli spettatori di un derby, non pare vero di avere anche in Italia un caso Terry Schiavo, un argomento delicato e doloroso da trasformare in poltiglia mediatica, e autopromozione. Ancora una volta, è sul corpo vero delle persone che si svolge il balletto: ieri la donna di Napoli interrogata dalla polizia dopo un aborto, oggi Eluana e l’assalto alla sua dignità. Questo sposta tutta la faccenda dal grottesco al tragico e del resto è un vecchio vizio: dissertare di etica sul corpo degli altri è un passatempo di gran moda, riempie i tg ed è facile, basta un po’ di cinismo, è un caso di devozione in cui essere cattivi aiuta.



martedì 22 luglio 2008

Un appello ai blogger che non può restare inascoltato

Ci sono appelli che non possono restare inascoltati, piccole cose che è un dovere fare.

Come unirsi alle parole pubblicate sul blog di Metilparaben, dove Alessandro e Mina hanno scritto:
L'uomo che potete vedere e ascoltare nel filmato qua sotto si chiama Paolo Ravasin, presiede la Cellula Coscioni di Treviso ed è malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica.
Pochi giorni fa Paolo ha registrato in questo video il proprio testamento biologico, affinché nessuno possa affermare, anche fra cent'anni, che vi siano dubbi sulla sua effettiva volontà.
Quello che vi chiedo, se anche voi avete a cuore la libertà di scelta e l'autodeterminazione delle persone, è di scrivere un post e inserire il filmato sul vostro blog, utilizzando il codice che potete scaricare cliccando qua: in modo che i soliti chiacchieroni,
quelli che sparano anatemi e sentenze dalla mattina alla sera, si facciano una vaga idea dell'argomento di cui si riempiono la bocca.
E magari, chissà, si vergognino e tacciano per un po'.
Grazie a tutti per quello che potrete fare.
Mina & Alessandro.


Conservo ormai ben scarsa fiducia nella capacità di provare vergogna dei soloni della morale, che pontificano sul dolore degli altri, ma almeno che nessuno potrà dire che la volontà di Paolo Ravasin non sia chiara.

A coloro che delle sofferenze e della vita di uomini e donne fanno terreno per le loro strategie politiche, per le loro crociate - che siano dettate da fanatismo o malafede poco importa - non ho nulla da dire: sarebbe inutile.

Ma so che tanti parlano in buona fede di diritto/dovere alla vita, in nome di un Dio, di un ordine naturale, di un'etica o una morale; a loro voglio solo chiedere di sentirsi liberi di seguire i propri convincimenti ma di lasciare agli altri la stessa libertà: le "verità assolute" cambiano da epoca ad epoca e da paese a paese, ognuno ha diritto di pensare di aver trovato quella definitiva, ma questa scommessa la faccia con il suo corpo e la sua vita, non con quella altrui: alla fine ognuno paga il prezzo delle proprie scelte e quindi è giusto che queste scelte farle e non subirle.

E che riflettano su che violenza tremenda fanno agli altri: è terribile non potersi sentire padroni neppure della propria vita, del proprio corpo.

E poi non c'è altro da dire: vedere ed ascoltare Paolo Ravasin che con infinita dignità e palese sofferenza cerca di difendere la sua libertà di scelta mi ha commosso, ma anche fatto tanto arrabbiare con chi la vergogna ha dimenticato anche dove sta di casa. Fate silenzio, una buona volta.



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venerdì 11 luglio 2008

...fino alla prima acquata di una giustizia vera


A Roma il 7 luglio erano in 3mila, a dire "prendete le nostre impronte, lasciate stare i bambini".

Oggi pomeriggio dalle 17 alle 19 in in Piazza Nettuno a Bologna spero che saremo in tanti, in tantissimi ad unirci a quei tremila.

Qualcuno, quando gliene ho parlato, mi ha risposto che tanto non serve a nulla, che è solo un gesto simbolico e che non gliene frega niente a nessuno.

Io penso esattamente il contrario: serve, eccome. Proprio come gesto simbolico, perché il simbolico è un linguaggio potente, perché anche questa delirante decisione del governo, di prendere le impronte ai bambini rom e sinti è pericoloso proprio e innanzitutto nel suo valore simbolico.

E' l'affermazione di un principio, la rottura di un tabù, porta con sé striscianti luride vecchie idee, che con un gesto forte nella sua totale gratuità parlano direttamente alla parte più profonda, meno razionale e meno controllata di ciascuno di noi. Perché, come ha detto qualcuno, questo governo tira fuori il peggio dalla gente e lo fa anche così, con gesti di rottura dal discutibile valore pratico ma dal fortissimo significato simbolico.

Parliamo anche noi la lingua dei simboli, rappresentiamo con i nostri corpi e le nostre mani ciò che pensiamo e ciò in cui crediamo. Certo che non è risolutivo, domattina ci sveglieremo nello stesso paese di merda, poco ma sicuro. Ma non è inutile.

E poi, per favore, basta ripetere che "non gliene frega niente a nessuno" come se fosse un buon motivo per arrendersi. Se non te ne frega niente a te, stai a casa, altrimenti fai un gesto, dai un segno che esisti e pensi. E se sei a Bologna oggi vieni in piazza, per favore.

A UN RAGAZZINO SULLA STRADA

Sii orgoglioso
della tua appartenenza
consegna senza paura
la tua mano nel fuoco
o imprigiona nel mare di fango
di un muro
o concedila per un momento
a un timbro oscuro.
Tu resta in piedi
con dignità e amore.
L’orma sarà cancellata
dalla prima acquata di una giustizia vera.
E tornerà primavera.
(poesia inedita scritta per l'occasione dal poeta e scrittore Roberto Roversi)

Venerdì 11 Luglio, dalle 17 alle 19, in Piazza Nettuno

Prendete le impronte anche a noi!

invitano ARCI, Comitato delle Memorie, Ufficio Stranieri CGIL


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martedì 8 luglio 2008

Dedicato a chi oggi scende in piazza

e a chi come me non ha potuto, ma con il cuore è lì.

Alzate il volume, please



LISTEN
I believe everything we dream
can come to pass through our union
we can turn the world around
we can turn the earth's revolution
we have the power
People have the power ...


PS: In piazza con chi ci vuole stare, più siamo e più abbiamo la forza, per i distinguo c'è sempre tempo.



venerdì 4 luglio 2008

una bambina


una bambina è chiusa nei bagni della scuola.

E' nuda, chiusa in quello spazio ristretto e trasandato, con un rubinetto che gocciola e le solite scritte sui muri (di quella volgarità spinta ma in fondo ingenua, da scuola media).

Cerca una inquadratura in cui non si vedano il lavabo né le porte dei cessi, non si intuisca l'intonaco scrostato alle sue spalle né il pavimento umido a piastrellone ai suoi piedi.

Opta per una inquadratura ravvicinata della sua pelle nuda, del suo giovane seno; si domanda se è abbastanza spinta, eccitante: cambia un po' la posa e punta, con la scioltezza dell'abitudine ,il suo cellulare di ultima generazione, con l'immancabile ciondolino di Hello Kitty, che potrebbe sembrare una cosa tenera, da bimba appunto, ma è solo una cosa very trend. Via, e parte il primo mms. E questi sono 10 eurini.

Tra me e me la chiamo Carmen ma non conosco il suo nome. Carmen ha dodici anni, ma se la chiami bambina si arrabbia di sicuro, come quando sua madre le sceglie una maglietta rosa con le ruches e il disegno di un coniglietto che sorride e lei le urla "che schifo, te lo scordi che metto una roba come questa: è kitchissima!".

Carmen, lei si considera una ragazza, se non una donna. E' già sicura del suo potere, per la precisione del suo potere d'acquisto: i suoi scatti erotici stanno spopolando tra la popolazione scolastica maschile e le procurano un po' di moneta, per l'indispensabile shopping. I jeans della Fornarina che costano un botto, la cintura D&G che ha visto in centro, i sandali. Del resto, chi sei se non ti vesti da figa.

Non è male nemmeno in modo in cui la guardano certi ragazzini di prima, imbranati e adoranti. Poveri arrapati. Ha calcolato da subito i rischi: potevano prenderla in giro, sputtanarla, magari con frasi pesanti di irrisione e disprezzo alle sue spalle o all'uscita di scuola, ma con lei stanno abbassati: ha il passo sicuro, il look giusto, lo sguardo leggermente annoiato e un po' aggressivo: uguale alle tipe della tv. Ancora qualche anno e in tivù ci sarà lei, perché sa quello che vuole e ci sa fare.


Una bambina è chiusa nei bagni dell'ospedale.
C'è un odore di disinfettante e medicinale, brutto, che mette tristezza e lei ha addosso una camicia da notte un po' lisa, di jersey leggero. Si è chiusa in bagno per stare un po' da sola. Là in camera le donne degli altri letti la guardano strano.

Lei ha dodici anni mentre le altre sono tutte molto più grandi, adulte. Sono gentili con lei, anche le infermiere, ma si sente sempre osservata e i loro discorsi non li segue troppo. Anche perché con l'italiano fa abbastanza fatica: è arrivata in Italia un anno fa e non è che sia uscita molto di casa. Quello che ha imparato l'ha imparato dalla tivù.

Adesso ha bisogno di pensare, un momento, di capire cosa succede. Vorrebbe che ci fosse qui sua madre o una delle sue sorelle. Le mancano tanto, si ricorda di quando giocavano insieme o cantavano le canzoni della radio, prima che venisse in Italia.

Si muove goffamente, fa fatica a sedersi sulla tazza e non ce la fa a poggiare i gomiti sulle ginocchia, per via del pancione. Le hanno spiegato che avrà un bambino. Ma questa idea le gira veloce nella testa e non si ferma da nessuna parte.

Un figlio! Il perchè non l'ha capito, come è successo. Dev'essere per le scopate con suo marito, forse, che è l'unica cosa diversa che fa adesso, perché i servizi di casa li faceva pure a casa sua, in Serbia. Anche se qua è più dura, ci sono un sacco di persone da badare, con tutti i fratelli di suo marito e i suoceri, da badare ed obbedire.

Si dice scopare, glielo ha insegnato lui. Non le fa neppure più male, adesso, pure se non le piace. Prima aveva paura, ma non di avere figli, paura così, di suo marito, di stare nuda, che la toccasse, del male. Ma non lo sapeva che poteva fare dei figli così. E adesso? Pensa che le farà male: di notte c'è sempre qualche donna che urla nelle altre stanze, lei pensa che urlerà pure lei.
Essere donna vuole ancora dire essere vittima, abusata, plagiata. Essere bambina vuol dire tutto questo senza nemmeno la possibilità di capire. Ogni società, ogni cultura inventa nuovi e raffinati modi di rendere tremenda la vita di una bambina. Ho letto queste due storie a pochi giorni di distanza, e mi ha soffocato una rabbia scoraggiata, per la vita di entrambe.


nelle foto:
Maddison Gabriel, 12 anni, australiana, modella
Nojoud Muhammed Nasser, 8 anni, yemenita, sposa-bambina, ha chiesto il divorzio.


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lunedì 30 giugno 2008

Equivoci


Il nostro-malgrado Ministro dell'Interno Roberto Maroni ieri ha dichiarato "Deve finire l'ipocrisia per cui sono tutti a favore dei bambini però tutti accettano che i bambini vivano in questi campi dividendo lo spazio coi topi. Ecco questa ipocrisia è assolutamente immorale"

Dal che si capisce finalmente che il suo progetto è attrezzare finalmente luoghi decenti di vita per i rom, proprio come quello che Cacciari vuole costruire per i Sinti a Mestre e di cui i leghisti bloccano la costruzione.

Pensa che io avevo capito che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom. A volte, gli equivoci, eh?

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la follia non è una terra straniera


Perché non ci chiediamo:
e se ci fossi io al suo posto
come mi sentire?
Vorrei che mi fosse
fatto questo e quest'altro
se fossi nell'angoscia?
Un ragazzo lasciato
legato al letto
con le sole mutande
bianche e leggere
e tutti che gli passavano
attorno in silenzio
e sopra lo stesso cielo nudo
che c'è su tutto il mondo vivente

Mi sono capitati tra le mani tre volumetti di poesie, firmate Myskin. Canti furiosi "contro tutte le sbarre del mondo". La dedica racconta di una conferenza per la Salute mentale, della bella esperienza di vicinanza fatta lì: "veramente persone che hanno normalmente ruoli molto diversi si sono toccate profondamente come eseri umani".

Pagine semplici e scarne, versi densi di tenerezza, nudità, voglia di libertà. Un'esperienza del dolore, del ghetto, delle sbarre, ma
Noi crediamo la follia
una terra lontana e straniera
ma cosa ci assicura
che non vi saremo deportati?
Noi amiamo la durezza di cuore
la esponiamo
come una medaglia al valore
e non ci rendiamo conto
che così non vedremo
mai la luce
in qualsiasi terra abiteremo
Voglio sapere di più di chi ha scritto questi versi, di chi è Myskin: c'è un numero di telefono, un indirizzo della mia città.

Cercavo un'immagine che raccontasse l'emozione di questi versi e l'ho trovata tra le foto di Valentina Quintano, una giovane fotografa napoletana che ha trascorso otto mesi nell'OPG di Aversa, l'Ospedale Psichiatrico Giudiziario.

Sono foto scattate adesso, tra il 2007 e il 2008, un feroce intenso racconto dell'ergastolo bianco di chi è rinchiuso tra le mura di un carcere, a tutti gli effetti, una istituzione totale che ti inghiotte e in cui il tempo è sospeso perché non si sa quando si esce: anche quando si potrebbe essere rilasciati non si sa come fare un reinserimento e quindi si resta qui, senza un termine, una fine, un obiettivo di libertà. Come si fa a tenere insieme la propria identità in questa indeterminatezza, dietro queste sbarre?

Trent'anni fa, nel 1978 veniva approvata la legge Basaglia. Oggi ancora non sappiamo cosa fare di Myskin.


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sabato 28 giugno 2008

gay pride!! ...è anche affar nostro

Spero che saremo in tante e tanti oggi sotto le due Torri, gay lesbo trans ed etero in un rilassato mischione, per un corteo che si annuncia come una festa, pieno di musica ed allegria.

Ma questo Pride, che nasce pieno di voglia di festeggiare l'orgoglio gay ancora una volta - e in tempi difficili -, non dimentica la necessità di rivendicare idee e principi, mi è piaciuta molto la dichiarazione di ieri degli organizzatori, che riporto:
‘Si sta tornando alle schedature fasciste, il Pride di Bologna sarà una grande manifestazione democratica per i diritti civili di tutti, domani la società scenda in piazza con noi’
Ci sarei comunque stata, ma lo farò volentieri con questo spirito: l'oscurantismo del Cardinale di Bologna Cafarra, che ha definito “un pericolo sociale" i rapporti omosessuali, l'evidente disprezzo manifestato dalla ministra Carfagna come la schedatura dei minori rom o i pogrom napoletani nei campi rom, non sono solo attacci ai diritti civili di particolari categorie di persone, sono attacchi ai diritti civili di tutti.
E' nella natura stessa dei diritti: o sono per tutti, uguali e interi, o non sono più diritti ma privilegi, l'universalità è quello che rende tale un diritto: minare i diritti delle minoranze, dei diversi che suscitano la diffidenza o il timore in tanti, è anche un modo per minare l'esistenza e la percezione dei diritti di tutti, all'opinione, all'espressione, alla cittadinanza, alla libertà.

Scendere in piazza oggi a Bologna a fianco del movimento GLBT è necessario: se non vogliamo farlo per sostenere loro, dobbiamo farlo per noi, perché saremo i prossimi, in un modo o nell'altro.

Come diceva - più o meno - qualcuno che ci manca tanto: siamo lo stesso coinvolti.

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lunedì 26 maggio 2008

Quando non avremo più bisogno di capri espiatori?


Quando finalmente riusciremo a guardare in faccia le nostre paure, chiamarle con il loro nome e non permettere a nessuno di usarle per manovrarci, per dividerci, per renderci ottusi e violenti?

Di seguito il testo dell'appello, del pressante appello rivolto a tutti noi dai Giuristi Democratici.

Non c'è molto da aggiungere, a parte che queste parole sono anche mie e che penso vadano diffuse in ogni modo, perché non si spenga la voce della ragionevolezza, soffocata dalle urla di odio e dai proclami.



Come preannunciato, uno dei primi temi che il governo Berlusconi affronta è la cosiddetta "questione sicurezza". Le misure ipotizzate destano un fortissimo allarme e vengono giustificate anche per mezzo di una campagna di stampa e televisiva alimentata ad arte.

Il bisogno di sicurezza costituisce un'aspirazione di ogni cittadino a vivere in una società ospitale, accogliente, priva di paure e di fenomeni di criminalità, in un clima di solidarietà.
Si tratta di un'aspirazione giusta e seria con la quale, dunque, occorre confrontarsi seriamente.

Viceversa, stiamo assistendo ad una campagna di stampa, alimentata ad arte dal nuovo Governo, che tende a rappresentare il bisogno di sicurezza, sovente confuso con la sensazione di insicurezza, come la necessità di una società più repressiva non solo e non tanto nei confronti dei soggetti che delinquono, ma anche e soprattutto nei confronti dei "diversi", siano essi nomadi (non a caso, é stato rispolverato il termine dispregiativo, per anni scomparso dall'uso quotidiano, di "zingari"), extracomunitari, omosessuali o delinquenti.

Chi cavalca questa campagna di stampa intende scaricare sul "diverso" la responsabilità per una situazione di insicurezza complessiva, che si vuole trascurare per ridurla unicamente ad una insicurezza da microcriminalità, certamente esistente e da combattere, ma non certamente l'unico male che affligge la nostra società.
Scaricando su determinati individui o categorie di individui la rabbia del cittadino comune si crea un capro espiatorio che ci consente (?) di avere la sensazione di una risposta alla violenza, ma che non consente certamente di recuperare quel patto di solidarietà di cui tutti avremmo bisogno e che ci consentirebbe una vita serena.
In particolare, occorre smitizzare con forza la proposta identificazione della criminalità con l'immigrazione, quasi non esistesse la criminalità nostrana, ben forte, invece, come dimostrano, anche visivamente, alcune situazioni territoriali.

Non solo, ma il prezzo che viene pagato in termini di sacrificio dei diritti inviolabili della persona per tutti coloro che vengono individuati come capri espiatori, é assolutamente inaccettabile; già l'Unione Europea ha avuto modo di lanciare moniti all'Italia per le notizie che vengono da esponenti del nuovo Governo circa le misure che sarebbero in fase di realizzazione; mai si potrà ammettere che diritti umani fondamentali vengano sacrificati in nome di una risposta a esigenze, anche giuste, dei cittadini; un tale ragionamento rischia di portare come sua conseguenza, da un lato, alla introduzione della pena di morte per i casi di reati particolarmente efferati e all’abbandono della concezione rieducativi del carcere per coloro che abbiano più volte commesso reati, dall’altro, alla legittimazione di comportamenti privati da parte di cittadini che si facciano giustizia da sé: i recenti fatti di Napoli sono istruttivi, in questa logica, e certamente essi rischiano di non restare fatti isolati: ronde, giustizia del "fai da te" possono estendersi a macchia d'olio, anche grazie all'enfatizzazione che di questi fenomeni viene compiuta da maggioranza e mezzi di comunicazione.

In una situazione politica di asserita pacificazione, c'é il rischio concreto che manchi in Parlamento una voce forte che si alzi a contrastare quei provvedimenti annunciati, così limitativi della libertà e della dignità degli individui; apprendiamo con un qualche sollievo che il PD ha espresso la sua contrarietà all'introduzione del reato di immigrazione clandestina; speriamo che questo sia il segnale di un atteggiamento di rigida difesa dei principi di uguaglianza e di libertà, che sono, o dovrebbero essere, patrimonio di tutta l'umanità, ma che certamente sono valori fondanti della nostra Costituzione.

Perché questi principi vengano difesi in maniera rigorosa, i Giuristi Democratici
rivolgono un pressante appello
a tutti i democratici italiani, a coloro che hanno sempre creduto che ogni discriminazione vada combattuta, che ritengono che il fenomeno dell'immigrazione sia determinato da squilibri nell'assetto dell'economia globale del pianeta, tali da costringere masse di persone a riversarsi nel mondo opulento per sfuggire alla miseria ed alla morte, che una scelta non é necessariamente giusta perché fatta democraticamente dalla maggioranza dei cittadini, che pensano che i "diversi" vadano tutelati in maniera ancora più rigorosa perché hanno meno difese, che ritengono che le iniziative "private" dei cittadini per una giustizia autogestita costituiscano il prodromo per una generalizzazione della violenza che fa a meno dello Stato, cui le parole degli esponenti leghisti sull'uso delle armi conferisce nuova linfa, affinché si alzi un forte coro di allarme contro questa deriva antidemocratica e razzista, per invitare le forze politiche della sinistra a mantenere alto il livello di difesa per la salvaguardia di quei principi insiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, nella nostra Costituzione e nella Carta di Nizza.

Vogliamo concludere ricordando i versi, molto spesso ricordati, ma evidentemente non compresi nella loro tragica attualità, di Bertolt Brecht:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento
perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto
perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato
perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente
perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto
nessuno a protestare.


Torino, 20 maggio 2008.

ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI




ps: lo so che ho la sindrome della maestrina... i versi - parafrasati - dovrebbero essere di Martin Niemöller, pastore luterano oppositore del nazismo e internato nei campi di concentramento. Insomma uno che di persecuzioni e capri espiatori, odio cieco e campagne di persuasione ne sapeva più di qualcosa...
Sono versi molto famosi e soprattutto molto belli, tanto che penso non sia male ricordarli qui:
Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico

Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.


(la foto è tratta dal sito dell'ARCI Roma)



sabato 17 maggio 2008

vocabolari

«Nel vocabolario del ministro dell'Interno non esiste la parola sanatoria», ha detto Roberto Maroni.

Potrebbe farsi prestare il vocabolario dal suo collega Tremonti, lì la parola sanatoria c'è di sicuro.